Un viaggio chiamato “Vita”

E pensare che non ci volevo neanche andare, al cinema, quella sera. Ero stanca, venivo da una settimana pesante e l’unica cosa di cui avevo bisogno era un letto. Ma…

«Ci dobbiamo andare – dice lui – il soggetto è di Dave Eggers!».
Eggers chi, quello che ha scritto L’opera struggente di un formidabile genio, il libro che ho comprato perché tu ne eri entusiasta e perché ogni volta che leggo questo titolo non posso fare a meno di pensare a te?
«Sì, è lui. E la regia è di Sam Mendes».
Addirittura… Quello che con American Beauty ha preso non so quanti Oscar?
«Sì, è proprio quello».
O mio Dio, un altro “ritratto impietoso della società americana contemporanea”, come si leggerebbe nelle migliori riviste di cinema?… No no, aspetta… Prima che cominci anche a raccontare la trama, cedo. Il cinema, almeno… qual è? Quello a Trastevere?… Ok, mi hai convinto. Guardo il letto e il pigiama con una punta di tristezza e dico loro arrivederci a più tardi. Speriamo solo di non dovermene pentire.

…e non me ne sono pentita, devo ammetterlo. Mi piacerebbe tantissimo dargli torto e giocare ancora un po’ a fare la vittima, ma all’uscita sono entusiasta: senza dubbio il film più bello che ho visto quest’anno… E pensate che ho dovuto aspettare fino al 21 dicembre 2010, io che vanto una media di 6/7 prime visioni al cinema al mese.
Il film mi lascia addosso una strana sensazione. Confusa e felice, cantava la Consoli anni fa, e così mi sento io: confusa e felice… un po’ come Burt e Verona, i protagonisti di questo bellissimo road movie che racconta un viaggio tra America e Canada, alla ricerca di un “esempio” da seguire e del luogo migliore in cui costruire il loro futuro.
La scintilla che da il la a tutta la vicenda è la notizia che i genitori di Burt, gli unici parenti che hanno accanto, se ne andranno in Europa per due anni. Verona, al sesto mese di gravidanza, con un moto di insoddisfazione e spaesamento, tira i conti: «Siamo al verde, viviamo in una baracca, i tuoi genitori vogliono trasferirsi in Europa e c’è una buona notizia: sono incinta… Dobbiamo ammetterlo Burt: siamo dei falliti».

Lui tenta di opporsi a questa versione dei fatti, ma in cuor suo sente che il timore di Verona è reale, e lo avverte pure lo spettatore. Soprattutto se lo spettatore (spettatrice) in questione, ossia io, ha pressappoco l’età dei protagonisti, ha perso il lavoro da qualche mese e sta scoprendo che trovarne un altro non è così facile. Mi agito nella poltroncina e penso che un altro film sulla precarietà targata “anni zero” non lo potrei sopportare. È meglio che questi due trovino al più presto una soluzione.
E per fortuna così è. Fatti i bagagli, Burt e Verona si imbarcano in un lungo viaggio, tra Phoenix e Montreal, secondo un itinerario che Verona cuce nel risvolto della giacca di Burt, per non perdere un immaginario filo d’Arianna. Loro, che non hanno un presente, vorrebbero capire come costruire il futuro, e cercano conforto ed esempi tra amici e parenti. Ma, sorpresa a dir la verità “poco sorprendente”, sembra davvero che nessuno sia perfetto.

E però: ciò che rende speciale questo viaggio (e il film in sé) è che Mendes non si limita a osservare che tutto va male, ma anzi. Ad ogni tappa del loro viaggio, Verona e Burt si rendono conto di amarsi sempre più e sì, continuano a ritenersi dei falliti, ma scoprono di non avere niente di meno rispetto alle altre famiglie. E mentre attorno aumenta il caos e gli esempi di fallimenti personali e familiari, tra loro aumenta la consapevolezza di “essere protetti” perché l’amore che li lega tra loro e con la figlia nascitura li aiuta a dire che devono andare avanti, anche se fra incertezze e paure. Nel macrocosmo di una società caotica e individualista, Verona e Burt (magistralmente interpretati da Maya Rudoph e John Krasinski) costruiscono un loro microcosmo in cui ritrovano un equilibrio che si nutre di piccole cose, come la purezza d’animo, l’ingenuità e l’entusiasmo di lui e i sorrisi concreti, lo sguardo che cerca lontano e il pancione che cresce sempre di più di lei. E’ l’amore che fa da collante a tutto questo, l’amore concreto di chi scopre, attraverso un viaggio coast to coast tra emozioni e paure, che crescere, e crescere insieme, richiede impegno e coraggio, e non solo sentimento.

Esco dal cinema accompagnata dalla voce struggente e profonda di Alexi Murdoch, che firma gran parte dei pezzi di una colonna sonora promossa a pieni voti e con lode. Mi sento sollevata: questo film, questa storia, mi restituiscono un po’ il significato di parole come “futuro” e “speranza”. La stanchezza è passata. La precarietà invece rimane, certo. Però Verona e Burt mi hanno ricordato una cosa importante: che la vita è difficile, a volte; anzi quasi sempre. Ma non per sempre.
E lui:
«Dai, dillo»
Dire cosa?
«Che sei contenta di essere venuta al cinema e che anzi mi vuoi ringraziare perché ho insistito per vedere questo film».
Sì, ha ragione, dovrei farlo, perché è vero e perché tra qualche giorno è Natale, ed dovrei essere più buona. Dovrei. Ma non lo faccio. Però sorrido. Lo prendo sottobraccio e gli propongo di concludere la serata con qualcos
a di dolce: un cornetto al cioccolato, offro io.


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"Padrona di niente, schiava di nessuno"
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Una risposta a Un viaggio chiamato “Vita”

  1. Silvia ha detto:

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