“Agora”

Tornando a casa ieri sera, dopo essere stata al cinema, ho sentito il dovere morale di scrivere ai miei amici una mail per invitarli ad andare a vedere il film Agora.
Già quando è stato presentato al Festival di Cannes fuori concorso, lo scorso anno, questo film ha creato non poco sconcerto. La pellicola, girata da un dei registi più apprezzati del momento, il cileno-spagnolo Alejandro Amenàbar (che ha diretto film comeThe OthersMare Dentro), racconta la storia di Ipazia di Alessandria, filosofa neoplatonica e martire pagana, vissuta nella città egiziana sul finire del IV sec d.C., nell’epoca in cui il cristianesimo, dopo la conversione dell’imperatore Teodosio, stava diffondendosi in tutte le terre dell’Impero.

Ipazia, filosofa e dedita allo studio della matematica e dell’astronomia (sembra che sia stata lei la prima a ipotizzare, in pieno “regime” del pensiero tolemaico, non solo che la terra non è il centro dell’universo, ma anche che essa ruota intorno al sole secondo un movimento ellittico e non circolare come si sarebbe creduto fino al settecento e alle leggi di Keplero), insegnava nella Biblioteca di Alessandria, la più grande e la più importante di tutto l’Impero. Negli scontri tra cristiani e pagani prima, e cristiani ed ebrei subito dopo, Ipazia non abbracciò nessun credo poiché affermava: “L’unica cosa in cui credo è la filosofia“. La rivoluzione religiosa vide i cristiani porsi inizialmente come dei semplici oppositori, poi come violenti fanatici. Ma in realtà non furono solo i cristiani, il fanatismo prese piede anche tra i pagani e gli ebrei, scatenando una guerra interna che dilaniò la città, soprattutto a causa delle frange più estreme di ciascun gruppo religioso.

La narrazione della vicenda si sviluppa così su tre piani, che però hanno un’unica protagonista, Ipazia: c’è lo scontro tra civiltà, c’è la storia d’amore, c’è la continua ricerca filosofica e la fede “laica” nella scienza. Tutti i piani convergono drammaticamente nella scena culmine del film, l’incendio della Biblioteca della città e del Serapeum: è la morte della cultura, è l’apice dello scontro tra pagani e cristiani, ed è infine l’inizio della fine per la libertà di pensiero. Ipazia non demorderà e continuerà a dedicarsi ai suoi studi e all’insegnamento, rifiutando di convertirsi e giungendo presto ad uno scontro con il Vescovo Cirillo, figura non poco inquietante che cerca in ogni modo di conquistare il potere religioso nella città (sobillando i cristiani contro gli ebrei) e il controllo politico delle masse. Questa fiera opposizione della filosofa porterà la vicenda ad un triste epilogo: verrà trucidata da una frangia di estremisti cristiani istigati dal Vescovo stesso.

Questo film parla della libertà di pensiero, delle atrocità che in suo nome si sono dovute, e si devono, sopportare. Ed è sconvolgente capire quanto questo personaggio sia attuale. Ipazia è stata perseguitata perché donna, e perché libera pensatrice che si è opposta al trionfo del becero fanatismo religioso e che non si è asservita ai giochi di potere. “Voi, per vivere, non riuscite a dubitare di ciò in cui credete; io, per vivere, DEVO farlo“, dirà poco prima di morire a un suo discepolo convertito al cristianesimo.
Credo davvero che Amenàbar abbia saputo girato un’opera di importante impegno civile, schierandosi contro i padri di tutte le chiese e a favore del libero pensiero, dimostrando che non la fede in un dio è nemico di quest’ultimo, bensì il fanatismo religioso e la brama di potere, e mostrandoci quanto gli uomini del IV secolo d.C. siano comunque (e purtroppo) “uomini del nostro tempo“, per citare Quasimodo.

Il film è uscito nelle sale italiane in forte ritardo e solo a seguito di insistenti richieste da parte della stampa (e addirittura c’è stata una raccolta di firme tramite una petizione on-line). Si è detto che il motivo di questo ritardo sia la tacita avversione al film da parte della Chiesa cattolica, ma chiunque avrà la fortuna di vederlo potrà facilmente capire che Agorà non contiene un manifesto anticristiano, bensì una condanna verso la dittatura degli estremismi, presenti nella storia da sempre, dalla notte dei tempi, che hanno impedito la circolazione del libero pensiero tra le genti. L’ignoranza e la violenza sono sempre andati di pari passo: la libera circolazione del pensiero e la condivisione del sapere, avrebbe evitato (ed eviterebbe) i non pochi scempi e le tante, troppe tragedie che costellano la storia del genere umano…

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"Padrona di niente, schiava di nessuno"
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