Metafisica dei tubi

Da che età cominciano i vostri ricordi? I miei dai tre anni. Per l’esattezza il mio primo ricordo ha la forma di uno zoccolo di legno, di quelli estivi, che vola attraverso il giardino di casa per venirsi a piazzare al centro della mia fronte. Certo, il mio primo ricordo avrebbe potuto essere anche l’ultimo, se il lancio fosse stato più “convinto” o se mia madre non fosse corsa subito in mio aiuto. E poi ho memoria del pianto per il dolore e dello sguardo colpevole e dispiaciuto di mio fratello. Tre anni io, sei lui, quel giorno stabilimmo i ruoli: lui sarebbe stato quello buono, io quella furba. Infatti era stato il mio atteggiamento da piccola dittatrice, durante la nostra giornata di giochi, a fargli perdere il controllo e a spingerlo infine a quel gesto esasperato, col risultato che lui era diventato un piccolo delinquente ed io la povera vittima. Ma vai a vedere dove sta la verità… sono 30 anni che la cerchiamo! Mia madre e mio padre mi hanno messo “al” mondo, mio fratello mi ha messo “nel” mondo: infatti, non si può negare che l’essere umano “nasce”, per sé stesso, quando comincia a percepire di esserci, nel mondo. Io cominciai ad esserci, per me stessa, dal giorno di quell’incidente.

Forse sto divagando: questa non è la mia biografia, bensì una recensione de Metafisica dei tubi della scrittrice belga Amélie Nothomb.Ma è proprio è il romanzo in questione che induce alla divagazioni.

Esso narra la storia dei primi anni di vita dell’autrice, nata in Giappone perché figlia di un diplomatico che all’epoca era appunto console nella Terra del Sol Levante.
Già solo per l’incipit la Nothomb merita un’ovazione. La quarta di copertina parla di una non-biografia, ma le prime dieci pagine sono una lunga descrizione di un divino niente, una condizione di assoluta soddisfazione: la rotonda serenità di un tubo. Questa cosa, il tubo, percepisce se stesso, nella sua totale assenza, come una sorta di dio senza sguardo. Invece è un neonato. Fantastico ma complicato, in alcuni tratti ci si perde. Ma una volta entrato nel meccanismo, il lettore non può sottrarsi al fascino dello scorrere, anzi del “fluire” del discorso narrativo: sembra di avere a che fare con parole “liquide”, che scivolano dalle pagine, si insinuano nella mente di chi legge, oliano dei meccanismi talvolta arrugginiti, e via… versi nuovi mondi, nuovissimi…anzi vecchi, come quello ricordi.

E se a Proust servì un biscotto per scrivere tutta la Recherche, la Nothomb, dal canto suo, ricorre ad una barretta di cioccolato bianca per ricostruire, con un piccolo capolavoro di eleganza e stilistica ed intelligente ironia, il fantastico universo che si cela nell’intimo di un bimbo di pochi anni, che del “mondo delle esperienze” conosce ben poco, ma con quello “delle intuizioni” è già in perfetta sintonia. E al lettore non serve neanche un qualsiasi approvvigionamento di zucchero, ma sono sufficienti una battuta sagace o qualche osservazione intelligente della piccola Amélie per essere conquistato da questa bimba curiosa, che osserva il mondo con tutto lo stupore che si può avere quando lo si vede davvero “per la prima volta”, ma anche con una sensibilità e istintualità che le fanno percepire che “qui c’è sotto qualcosa”, che non tutto è davvero come appare:

“A tre anni si è un Marziano. È emozionante, ma al tempo stesso terribile essere un Marziano appena sbarcato. Si osservano fenomeni inediti, opachi. Non si possiede nessuna chiave. Bisogna inventarsi delle leggi a partire dalle proprie osservazioni. Bisogna essere aristotelici ventiquattr’ore su ventiquattro, il che è particolarmente estenuante quando non si è mai sentito parlare dei Greci.”

Amélie si crede un dio, meglio “si percepisce” come tale, e si pone nei confronti nel mondo con la convinzione che esso sia stato creato per renderle onore e che lei stessa sia nata per rendere bella la vita dei suoi “adoratori”, i genitori, la sorellina, la dolcissima tata nipponica che più di ogni altro suffraga le sue convinzioni, poiché in Giappone i bambini, dalla nascita fino ai tre anni, sono onorati e venerati come divinità.
Ma la disillusione, ahimè, è dietro l’angolo, e ben presto la bimba scopre la terribile verità che si cela dietro ogni cosa: tutto ciò che ci è stato dato dovremo restituirlo. Niente è eterno, poiché esistono la morte e l’abbandono. La bimba scopre così di non essere un dio, e si incammina nel disincantato mondo reale. Ma quella voce interiore, che l’ha scossa dal suo torpore di “tubo” e la l’ha spronata a prendere coscienza di sé, della “meraviglia” che è, continuerà a portarsela dietro, per sempre.

“Avere tre anni non offriva veramente nulla di buono. I Nipponici avevano ragione a situare a questa età la fine dello stato divino. Qualcosa era andato perso, – di già! – la cosa più preziosa di tutte e impossibile da recuperare: una forma di fiducia nella benevola perennità del mondo. (…)
Una rondine non fa primavera. A tre anni si vorrebbe sapere quanti rondini occorrono prima di poter credere in qualcosa. Un fiore che muore non fa autunno. Due cadaveri di fiori, senza dubbio, nemmeno. Ma ciò non vieta all’inquietudine di insinuarsi”.

Leggere questo libro è come compiere un “ritorno al futuro”. Ti immergi nella lettura che sei un adulto ben strutturato e con una certa dose di raziocinio, e a metà del racconto ti ritrovi a parlare col tuo amico immaginario che non vedi dai tempi dell’asilo (il mio viveva su un righello colorato conservato nel borsellino dei colori) e aspetti che da un momento all’altro nonna ti chiami per andare a cena, ha fatto le polpette al sugo come solo lei le sa fare. E il tuo dispiacere più grande è che domani ci sarà l’ultima puntata di Lady Oscar e chissà se Andrè morirà… Poi il racconto finisce, chiudi il libro e con sospiro ti prepari ad ingrigirti di nuovo. Ma qualcosa è cambiato, perché quelle parole “fluide” ormai sono nella tua mente e da qualche parte continuano a stimolare la tua voglia di sognare, il tuo desiderio di “stupirti” ancora una volta, e forse per sempre, delle meraviglie del mondo.
Io, ad esempio, ho ritrovato il borsellino e il righello, tra i ricordi della scuola. Non si sa mai.

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"Padrona di niente, schiava di nessuno"
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